Bufale alimentari: le più diffuse

Circa il 58% degli intervistati nell’indagine sul “Food engangement” e a cura dell’università del Sacro cuore ha creduto ad una fake news alimentare e di questi circa il 37% ne ha condiviso la notizia sui social. Le abitudini di consumo alimentare non sono le stesse tra chi crede e diffonde le fake news e chi no: dai dati emerge che coloro che tendono a credere alle bufale alimentari, hanno una maggior propensione ad acquistare alimenti con le diciture “a Km 0”, “con l’aggiunta di…”, “sostenibili” e “biologici”, rispetto ai prodotti tradizionali generalmente più economici.

Dall’ananas che brucia i grassi all’eliminazione del glutine fino al tanto demonizzato latte, ecco 20 fake news o miti alimentari che abbiamo di certo sentito tutti.

L’ananas fa dimagrire

Ananas dimagrire

Una delle più antiche leggende alimentari è forse quella che narra delle proprietà dimagranti dell’ananas grazie alla sua proprietà di “bruciare i grassi”.

Questa leggenda nasce da un gruppo di  sostanze denominate collettivamente Bromeline, le cui forme più attive sono contenute nel gambo dell’Ananas, che possiedono un’azione proteolitica, ma che non hanno alcun effetto sui grassi.

Da dove nasce l’idea che l’ananas brucia i grassi?
Nasce da uno studio effettuato sui ratti, in cui l’introduzione di succo d’ananas nella dieta avrebbe sviluppato adattamenti metabolici utili per la perdita di peso, risultati  che non è stato poi replicato sugli uomini (1).

La Bromelina sembra però avere un’attività anti-edematosa, anti-infiammatoria, antimicrobica e anti-trombotica, ma è necessario tenere conto che questi studi sono stati effettuati somministrando integratori di Bromelina perchè la quantità assunta e assorbita tramite una porzione di frutta è insufficiente per generare benefici.

La bromelina infatti è contenuta soprattutto nel suo gambo, che viene nella maggior parte dei casi eliminato ed inoltre è assorbita a livello intestinale solo per il 40% (2).

La Dieta alcalina

Si basa sul principio non scientifico che “alcalinizzando” il corpo si possano curare alcune malattie tra cui addirittura il cancro. Il presupposto teorizzato da Robert Young (condannato nel 2017 per esercizio abusivo della professione) è quello che mangiando solo alcune categorie di cibi alcalini si possa influenzare il ph ematico che oscilla tra i valori 7,3 e 7,5 (moderantamente alcalino); una variazione del ph in qualunque direzione comprometterebbe molte attività biologiche.

I livelli del pH vengono mantenuti grazie a sistemi tampone messi in atto dall’organismo ed anche se si assumessero alimenti alcalini poi, questi passerebbero nello stomaco dove i succhi gastrici li porterebbero ad avere un pH acido.

Per questi motivi appare chiaro come non sia possibile modificare il pH ematico attraverso l’alimentazione e comunque, qualora fosse possibile, non sarebbe salutare.

La truffa del detox

Una delle bufale, o meglio vera e propria truffa, più in voga sui social network è quella dei prodotti detox, dai tè ai cerotti, dagli integratori ai sostituti del pasto, tutti strumenti costosissimi per depurare l’organismo.

Tuttavia dovremmo sapere tutti che il nostro organismo è impegnato ogni giorno a depurare i nostri organi dalle sostanze nocive e dagli scarti metabolici e non esiste alcun alimento o integratore che possa in sé essere definito disintossicante.

Anche le dosi eccessive di tisane possono diventare pericolose per i principi attivi contenuti nelle erbe. Gli effetti indesiderati possono variare dalla tachicardia (principalmente dovuta alla 1,3,7-trimetilxantina, conosciuta come caffeina), effetti lassativi e diuresi eccessiva con conseguente iponatriemia.

La dieta detox non detossifica l’organismo, una dieta sana e bilanciata si.

Acqua e limone per depurare

Insieme alle diete alcaline e detox è nata la leggenda che l’abitudine di bere la mattina a digiuno acqua calda e limone aiuterebbe ad accellerare il metabolismo e a detossificare. Entrambe le affermazioni sono ovviamente prive di fondamento, perchè acqua e limone non sono in grado di aumentare la termogenesi  ed il nostro organismo ha strumenti di detossificazione che non vengono coadiuvati da questa bevanda.

Inoltre l’ingestione di questa bevanda  a digiuno e  per molto tempo può indebolire lo smalto dentale e acutizzare disturbi gastrici.

Le uova aumentano il colesterolo

Uova colesterolo

L’argomento “uova” è stato per tanto tempo fonte di dibattito per il suo alto contenuto di colesterolo (circa 200 mg di colesterolo in un tuorlo a fronte di un apporto consigliato giornaliero di circa 300 mg).

Il quantitativo di grassi in un tuorlo è di circa 5 gr, come un cucchiaino d’olio e  sono perlopiù grassi mono e polinsaturi; le uova, però, sono anche una fonte di proteine ad alto valore biologico, vitamine, sali minerali e lecitine.

Il colesterolo ematico è per la maggior parte, autoprodotto (circa 80%) ed in un adulto sano risponde a meccanismi di autoregolazione  basati sull’alimentazione.
Inoltre il rischio di incorrere in malattie cardiovascolari, secondo una revisione del 2013, è maggiormente correlato al quantitativo di grassi saturi, ad un’alimentazione povera di fibre ed alla sedentarietà (3).

Nella popolazione sana si arriva a consigliare fino ad un uovo al giorno (vedi l’articolo su quante uova a settimana possiamo mangiare), mentre è da limitare il consumo di alimenti ricchi in colesterolo, in persone in cui il livello della colesterolemia debba essere costantemente monitorato.

Lo zucchero è veleno bianco

zucchero veleno

Il terrore che si è scatenato nei confronti dello zucchero bianco si inserisce nella tendenza del mondo occidentale a rifiutare per scelte filo-salutistiche tutto ciò che è industriale o comunque considerato meno “naturale”.

Con il termine “zucchero” si intende il saccarosio estratto indifferentemente dalla canna o dalla barbabietola da zucchero che viene lavorato fino a raggiungere il suo colore bianco. Se estratto dalla canna da zucchero gli si può lasciare una parte di melassa, una sostanza che conferisce il tipico colore ambrato a quello che chiamiamo “zucchero di canna”.

Nel processo di sbiancamento si utilizza l’idrossido di calcio (cioè “latte di calce”) e talvolta per la canna da zucchero l’anidride solforosa, ma di queste sostanze non ne rimane traccia nel prodotto finito, quindi le ipotesi di insalubrità sono totalmente infondate.

Anche a livello calorico abbiamo lo stesso quantitativo di calorie quindi a meno di preferenze di gusto non c’è ragione di preferirne uno all’altro.

Vietati i carboidrati dopo le 18:00

Spesso sui social, sulle riviste e in alcuni programmi televisivi è stato divulgato il consiglio che per rimanere magri bisognerebbe rinunciare ai carboidrati nelle ore serali. Dobbiamo quindi rinunciare a pane e pasta la sera?

In realtà non esistono prove che confermino questa teoria, anzi gli studi che hanno analizzato l’impatto dei glucidi in base all’orario di assunzione non hanno riscontrato differenze sostanziali di variazione di peso tra i gruppi che assumevano i carboidrati in maniera preponderante la mattina da quelli che li assumevano la sera.

In conclusione l’assunzione della giusta dose di carboidrati deve essere scelta in base alla preferenza del soggetto e all’orario dell’allenamento visto che l’attività fisica migliora l’affinità delle cellule al glucosio.

Dieta senza glutine

Quasi un italiano su cento soffre di celiachia, ovvero un’intolleranza permanente al glutine, o per meglio dire, alla sua frazione proteica, la gliadina. La risposta immunitaria scatenata dall’ingestione di alimenti contenenti glutine provoca un’infiammazione intestinale cronica che, a sua volta, danneggia i tessuti e porta alla scomparsa dei villi intestinali, fondamentali per l’assorbimento dei nutrienti. L’unica terapia attuabile in caso di celiachia è una dieta priva di glutine, che riduce l’infiammazione della mucosa intestinale e permette una regressione dei sintomi fino alla scomparsa.

La dieta senza glutine è diventata sempre più  comune anche tra chi non è affetto da celiachia; ciò è dovuto in parte a diagnosi fai da te, con cui si ricollegano alla malattia sintomi che originano da altre cause ed in parte alla diffusione di  falsi miti come la capacità pro-infiammatoria del glutine, il favorire l’aumento di peso, portare a deficit di concentrazione ecc…

Questo ha condotto il mercato del “senza glutine” ad una crescita annuale del 20% con un valore di circa 320 milioni di euro (fonte Coldiretti).

La maggior parte dei prodotti industriali  senza glutine, se paragonati ai loro equivalenti tradizionali hanno solitamente un apporto calorico maggiore dovuto all’aumento dei grassi presenti nel prodotto per renderlo più appetibile.

Se chiari sono i miglioramenti clinici legati all’eliminazione del glutine dalla dieta dei pazienti celiaci, non sono stati associati particolari benefici sulla popolazione sana ed inoltre, dal punto di vista dei nutrienti, i prodotti senza glutine (naturalmente senza glutine o industriali che siano) hanno un minor quantitativo di proteine, fibre alimentari, folati, ferro, niacina, vitamina B1 e vitamina B2 (4).

Non mangiare la frutta dopo i pasti

Quante volte abbiamo sentito dire che mangiare la frutta a fine pasto non va bene perchè “fa ingrassare” o “gonfia la pancia”?!

Effettivamente alcuni nutrienti della frutta (fibre e oligosaccaridi), in determinati soggetti possono rallentare il transito del cibo nel tratto gastrointestinale e originare processi di fermentazione con conseguente sensazione di gonfiore addominale.

Non esiste comunque ragione di dissociare la frutta dal pasto principale (nel caso di disturbi il consiglio è quello di moderare le quantità) e se si mantiene il corretto apporto calorico, la frutta non è certamente responsabile di un aumento del peso. L’unico limite è quello di non superare i  30 gr di fruttosio a pasto.

Grani antichi

Dopo essere stati abbandonati per decenni perchè poco remunerativi rispetto al frumento, tornano di moda i “grani antichi”.

Sempre più spesso si sente dire che i grani moderni contengano meno nutrienti.  Uno studio (5) ha analizzato il contenuto nutrizionale di farro monococco, farro dicocco, farro spelta, grano duro e grano tenero in cerca di differenze, verificando soprattutto il contenuto in fibre alimentari, che hanno un effetto positivo sulla nostra salute e sostanze fitochimiche di vario tipo (alcune vitamine, steroli, acidi fenolici, alchilresorcinoli ecc.).

I ricercatori hanno concluso che in termini di micronutrienti le differenze sono minime, il che non rende i grani antichi più “salutari” dei moderni.

Sale rosa dell’Himalaya

La storia del sale rosa Himalayano è una delle grandi imprese di marketing degli ultimi anni.

Il mito narra che questo sale, proveniente in realtà non dall’Himalaya ma dalla miniera di Kewrab in Pakistan, abbia delle virtù miracolose come alcalinizzare il corpo, migliorare la circolazione, combattere la ritenzione idrica e l’impotenza. Queste virtù, mai verificate scientificamente, sono  state attribuite dalla casa produttrice agli 84 elementi presenti nel prodotto.

Il sale alimentare per essere messo in  commercio deve avere un contenuto di cloruro di sodio superiore all’97%; anche se tutti questi elementi fossero presenti nel sale, lo sarebbero in quantità così ridotte da non avere alcun effetto benefico.

Il sale rosa dell’Himalaya inoltre non contiene iodio, microelemento che in molte popolazioni è carente (in India ad esempio è vietata la vendita di sale non iodato).

Il grande successo è dovuto ad una vasta campagna di marketing sui social e anche al suo posizionamento sul mercato, essendo venduto inizialmente solo in erboristeria o in negozi di nicchia, i consumatori hanno associato a  questo prodotto proprietà salutari maggiori e un valore superiore rispetto al comune sale bianco venduto al supermercato a prezzi molto minori.

Il biologico è più nutriente

Sicuramente la produzione di alimenti biologici è più sostenibile a livello ambientale ma ciò non li rende più nutrienti.

La Food Standard Agency britannica nel 2010 ha pubblicato una review di oltre 120 articoli che confrontavano i profili nutrizionali dei prodotti biologici e tradizionali. I risultati mostrano una certa variabilità di alcuni elementi e in casi specifici (come nei  cereali biologici mediamente meno proteine) non ci sono prove che dimostrino sostanziali differenze nutrizionali tra alimenti biologici e convenzionali.

Qualche anno più tardi, i ricercatori dell’Università di Stanford, hanno pubblicato una nuova rassegna aggiornata arrivando alle stesse conclusioni (6).

Saltare la colazione rallenta il metabolismo

Colazione da re, pranzo da principe e cena povero” diceva il detto, ma è proprio così?

In realtà saltare la colazione non incide negativamente sul metabolismo, se durante tutta la giornata si assume il corretto quantitativo di calorie per gli obiettivi preposti.

In mancanza di zuccheri immediatamente disponibili, la glicemia è controllata dall’azione delle catecolamine, del cortisolo e del glucagone (che hanno azione lipolitica), shiftando il metabolismo a favore dell’utilizzo di acidi grassi.

Il problema potrebbe sorgere qualora la conseguenza del saltare la colazione fosse quella di fare continui spuntini in attesa del pranzo, che comportano un eccesso calorico.

 

I superfood

Con il termine superfood si identificano determinati prodotti alimentari, soprattutto di origine vegetale, aventi particolari caratteristiche benefiche grazie ai loro nutrienti. Secondo le dichiarazioni con cui vengono presentati, questi «superalimenti» sono estremamente ricchi di proprietà come quella tonificante e antiossidante ma in molti casi si tratta solo di una distorsione degli studi fatti sulle proprietà di quell’alimento, tanto che dal 2007 l’Unione Europea ha vietato l’uso di questa denominazione sulle confezioni.

Le proteine in polvere fanno male

Anche se oramai sono diffusissime, la diceria che le proteine in polvere possano avere effetti nocivi sull’organismo (soprattutto fegato e reni) è ancora di moda.

Questo è assolutamente falso, le proteine in polvere per essere messe in commercio hanno dovuto superare dei test di sicurezza e salubrità (come per tutti gli altri integratori alimentari) e non vi è nessuna differenza strutturale tra le proteine in polvere e quelle contenute in un qualsiasi altro alimento.

Le problematiche che possono verificarsi con l’assunzione delle proteine in polvere riguardano il lattosio contenuto nella versione derivata dal siero dal latte e dai dolcificanti che potrebbero alterare il microbiota intestinale.

Rimane comunque la raccomandazione di non superare l’assunzione consigliata di proteine, sia provenienti da proteine in polvere che da alimenti tradizionali.

 

La vitamina C che cura il raffreddore

Quanti di noi si sono sentiti proporre, per evitare l’ennesimo raffreddore stagionale, il famoso succo d’arancia? Sicuramente le nostre mamme lo facevano in buona fede considerando l’arancia come l’alimento con più vitamina C che conoscevano, ma questa è una leggenda nata dalle considerazioni del premio Nobel Linus Pauling il quale sostenne in diversi articoli che l’assunzione di 3 gr al dì di vit. C, limitasse l’insorgere del raffreddore. Questa teoria è stata del tutto smentita in una revisione del 2013 (7) in cui sono stati presi in analisi, esclusivamente studi in doppio cieco su due gruppi in cui uno assumeva vit. C e l’altro un placebo, nel dettaglio si analizzarono trenta studi comprendenti 11.350 soggetti. Tra i due gruppi non emergevano differenze sostanziali.

Riguardo la durata invece è stato verificato, nell’aggiornamento della precedente review datata 2016, il potere della vit. C di diminuire dell’8% i tempi di guarigione dal raffreddore, circa 10 ore in meno su 5 giorni.

I sostituti del pasto per dimagrire

Dagli anni ‘80 si è vista una crescita esponenziale di bevande o barrette sostitutive del pasto. Al di là degli scandali nati dagli schemi multilevel, il mercato ci offre un’immensa varietà di barrette che sulla confezione presentano il claim “barretta sostitutiva del pasto” o “aiuta nella perdita e mantenimento del peso”.

Ovviamente il segreto di queste barrette si trova sull’etichetta nutrizionale: solitamente apportano meno di 300 kcal a porzione, riducendo quindi l’apporto calorico della giornata.

Tuttavia le barrette dietetiche, sono povere in carboidrati e ricche in grassi saturi e trans e poco sazianti.

Piuttosto che come protocollo dietetico, come consigliato da alcune aziende, questi prodotti potrebbero essere funzionali come spuntino o essere usati solo saltuariamente come un’alternativa e non far parte, come proposto dalle aziende, di un programma dietetico.

L’integrale è più “leggero”

In molti ancora associano ad un periodo di dieta ipocalorica l’utilizzo di prodotti integrali, convinti che questi siano più leggeri rispetto al corrispondente tradizionale.

Leggendo le etichette ci si accorge che in realtà la differenza calorica è davvero minima, tuttavia l’utilizzo dei prodotti integrali può avere dei vantaggi.

I prodotti integrali infatti contengono un maggior quantitativo di fibre insolubili, che agiscono sulla regolazione del transito intestinale, e solubili che rallentano la digestione e l’assorbimento di nutrienti, modulando anche l’aumento della glicemia, oltre ad avere effetti benefici sulla flora intestinale.

Le fibre in alcuni soggetti, danno maggiore sazietà rendendo più sostenibile la dieta, tuttavia un apporto eccessivo di fibre può portare a fenomeni di distensione gastrica, dolore addominale e fenomeni di malassorbimento.

Le acque della salute

Una famosa marca di acque minerali è stata più volte censurata e condannata dall’Antitrust e dal Giurì dell’Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria (il quale però non commina pene pecuniarie), perchè dichiarava come claim il suo essere “l’acqua della salute”, proponendosi quindi migliore della altre acque minerali. Secondo il Comitato di Controllo infatti “il riferimento alla “salute” è del tutto improprio e potenzialmente equivoco per il pubblico dei consumatori se riguarda prodotti che, essendo e rimanendo semplici alimenti, non hanno in sé e per sé alcuna proprietà terapeutica né di prevenzione e presentano caratteristiche mediamente possedute dai prodotti similari”.

Il  concetto di associare il termine salute, e quindi di prevenzione e cura di malattie, ad uno specifico alimento o prodotto è la strategia commerciale per la maggior parte dei prodotti in commercio, pratica che tuttavia risulta di fatto e di diritto scorretta.

Il latte

latte bufale

Ultimo punto ma non di certo per importanza è l’argomento latte, passato da alimento consigliato a tutti (celebre la campagna americana “I drink milk” promossa da star come Naomi Campbell) ad alimento addirittura inadatto al consumo umano. Il latte negli ultimi anni ha subito una campagna diffamatoria soprattutto a causa di una nuova tendenza a prediligere un’alimentazione vegana e macrobiotica. Non a caso parallelamente a questa demonizzazione il mercato si è riempito di alternative al latte tradizionale provenienti da alimenti vegetali ma con un costo decisamente superiore.

Intolleranza al lattosio

Quasi i due terzi della popolazione mondiale nella vita da adulto non possiede l’enzima lattasi, responsabile della scissione del lattosio in glucosio e galattosio, in sua assenza il lattosio arriva nel colon dove viene metabolizzato dai batteri intestinali producendo acidi grassi e diversi gas, inoltre il lattosio richiama acqua nell’intestino per effetto osmotico generando quindi diarrea, crampi e flatulenza.

Un terzo della popolazione invece continua a possedere questo enzima (persistenza della lattasi), grazie a dei caratteri genetici selezionati. La persistenza della lattasi ha una maggior incidenza nel popolo europeo (circa l’80%)  mentre risulta praticamente assente nei popoli asiatici e africani. Questa distribuzione è dovuta soprattutto alla diffusione dell’allevamento del bestiame.

Quindi è innaturale bere il latte perchè il 70% della popolazione mondiale è intollerante? Assolutamente no, anzi si è sviluppata una controevoluzione per le popolazioni in cui latte e latticini erano parte fondamentale della dieta.

Il latte e l’osteoporosi

L’Osteoporosi è definita come una condizione in cui la struttura perde massa ossea e resistenza esponendo l’individuo ad un maggior rischio di fratture.

Il latte, insieme alle altre proteine di origine animale, è stato accusato di generare acidosi metabolica e una conseguente maggiore escrezione di calcio dalle urine. In realtà il latte non ha nessun ruolo nell’acidosi metabolica e la maggior escrezione di calcio è spiegabile con il miglior assorbimento a livello intestinale del calcio ingerito, mantenendo quindi il bilancio in equilibrio.

Il latte e i latticini non curano l’osteoporosi, ma sono uno strumento importante nella sua prevenzione e nel mantenimento della massa ossea durante un lungo periodo di ipocalorica.

Coloro che per allergie, intolleranze o gusti personali non mangiano latticini possono sicuramente aumentare il consumo di altri alimenti contenenti calcio o tramite integratori.

Il latte e il cancro

La base di questa leggenda si trova nel famosissimo libro “The China Study” nel quale viene portata avanti la tesi secondo cui il consumo, anche di minime quantità, di grassi e proteine animali (compresi quelli provenienti dai latticini, indicati come particolarmente pericolosi) porterebbe ad un incremento importante del rischio di cancro. Si tratta di una differenza notevole rispetto agli altri studi epidemiologici riguardanti le proteine di origine animale, che hanno mostrato un aumento sì del rischio, ma graduale e dipendente dalle dosi e soprattutto riguardante il consumo di carne rossa e lavorata.

Il latte è associato anzi ad un minor rischio di cancro al seno e del colon (8).

Perchè siamo sensibili alle Fake news

Nella società odierna la quantità di informazioni a cui abbiamo accesso è enorme soprattutto grazie ad Internet. Il Rapporto Global Digital 2018,  stima che gli utenti connessi a internet sono il 53% della popolazione mondiale, tuttavia l’accesso e la libertà di azione sul mezzo online ha portato ad un sovraccarico di informazioni (information overload) che si susseguono sempre più velocemente e spesso in contrasto l’una con l’altra e che ha come risultato un soggetto disorientato e incapace di verificare le informazioni.

Sul web tutte le notizie sono poste sullo stesso piano, l’informazione è spesso  incerta e senza basi scientifiche a supporto. Gli stessi quotidiani o telegiornali classici, un tempo investiti dell’autorevolezza della fonte, hanno cambiato il loro modo di diffondere, comunicare e verificare le notizie, cercando di combattere la velocità dell’informazione on line collaborando alla diffusione di vere e proprie bufale.

Quali sono gli effetti e come questo viene sfruttato dal marketing?

Non importa il livello di istruzione, l’estrazione sociale o la preparazione, se una notizia viene da una persona fidata noi ci crediamo e per una sorta di “economia cognitiva” le daremo inconsciamente valore.

Questo avviene perchè nella società moderna in cui si avvicendano una moltitudine di informazioni, ritenere la notizia già verificata da qualcun’altro ci libera da un’eventuale ulteriore  carico mentale, che coinvolge anche le piccole decisioni quotidiane.

Le fake news sono costruite ad hoc, rispondono a delle paure o bisogni e vengono condivise da persone che amiamo o stimiamo.

Lo stesso concetto è applicato al marketing alimentare; una campagna marketing di un prodotto è basata sulle esigenze edonistiche del futuro consumatore, deve rispondere a dei suoi bisogni (perdita di peso, controllo della glicemia, sostenibilità anbientale) e comunicato da persone di cui hanno fiducia in base al proprio target (lo chef per le patatine gourmet, l’influencer per i prodotti light, ecc…).

Questa strategia di comunicazione, integrata nel contesto più ampio della società odierna fatta di informazione non controllata, indirizza il consumatore verso la scelta che lui ritiene più sicura, più veloce e meno pericolosa.

Conclusioni sulle bufale alimentari

Le fake news hanno origine più antiche di internet, lo dimostrano le credenze tramandate dalle nostri madri, tuttavia, nonostante la possibilità di verificare le notizie, il più delle volte non lo facciamo, per pigrizia, incapacità di reperire le informazioni o semplicemente perchè ci viene proposta una soluzione semplice ad un problema complesso.

L’unica arma a disposizione dell’individuo è quella che richiede più tempo e dispendio di energia, ovvero  che implica ricerca, capacità di discernere le fonti attendibili da quelle non attendibili ed essere in grado di mettere in discussione le credenze costruite in molti anni.

Bibliografia

  1. Physiological and molecular study on the anti-obesity effects of pineapple (Ananas comosus) juice in male Wistar rat. El-Shazly et all. Food Sci Biotechnol. 2018
  2. Potential role of bromelain in clinical and therapeutic applications, Vidhya Rathnavelu, et all.Biomed Rep. 2016
  3. Egg consumption in relation to risk of cardiovascular disease and diabetes: a systematic review and meta-analysis, Jang Yel Shin, Pengcheng Xun, Yasuyuki Nakamura, and Ka He, 2013
  4. Long term gluten consumption in adults without celiac disease and risk of coronary heart disease: prospective cohort study, Lebwohl et. All, BMJ 2017
  5. Do “ancient”wheat species differ from modern bread wheat in their contents of bioactive components? [Journal of Cereal Science 65 (2015): 236-243]
  6. Nutritional quality of organic foods: a systematic review, Dangour et al., The American.
  7. Vitamin C for preventing and treating the common cold. Hemilä H1, Chalker E
  8. Milk and dairy products: good or bad for human health? An assessment of the totality of scientific evidence. Thorning TK1, Raben A1, Tholstrup T1, Soedamah-Muthu SS2, Givens I3, Astrup A4.

Altre fonti:

  • “Pane e bugie”, Dario Bressanini, Chiarelettere editore, 2010
  • Project Diet, Daniele Esposito, 2017
  • Organizzazione e marketing delle imprese agroalimentari, Cristina Mora, 2017
  • Psicologia del Consumatore, Giovanni Siri, 2004

Note sull’autrice

Dott.ssa Sara Latini

Laureata in dietistica all’Università “La Sapienza” di Roma. Certificata Personal trainer grazie al Project Invictus e Insegnante di Pole Dance

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