Ortoressia: da consapevolezza a problema

Ortoressia: da consapevolezza a problema

Ortoressia

“Mangio sano dunque sono” – la scelta del cibo “migliore” da consapevolezza a problema

Il problema non è da dove si parte, ma dove e come si arriva. Capita nella vita di (quasi) chiunque quel momento in cui, per maturità o necessità, ci si affaccia al magico mondo dell’alimentazione. Vuoi per problemi di salute, o estetici, o anche solo per curiosità. Prendere consapevolezza di ciò che si mangia, di cosa si potrebbe cambiare e di cosa invece “sarebbe giusto mangiare” è un passo importante e una necessità specialmente in tutte quelle persone con abitudini alimentari confusionarie, con poche regole e tanto (troppo) istinto. Si inizia a leggere, ad informarsi, a nutrire la nostra consapevolezza in questo ambito, ascoltando diverse fonti, attendibili o meno, con spirito critico (o meno) cercando di assimilare quanto di vero ci sia, o quanto possa essere invece marketing, estremismo, “filosofia”. Tutto questo può avere un’influenza sul cambiamento dello stile alimentare: da una maggior selezione degli alimenti che si mettono in tavola, ad uno sguardo in più alle etichette, all’esclusione di classi di alimenti che “ho sentito dire” essere dannosi, alla decisione di abbracciare una “dieta” con dettami un po’ più rigidi (dieta paleo, veganesimo, fruttarianesimo, crudismo..). Scegliere di intraprendere un percorso alimentare “sano” (o meglio, con più probabilità promotore di salute) non vuol dire essere ortoressici. Porre attenzione a ciò che si cucina, a ciò che si mangia, a ciò che si sceglie, non vuol dire avere una fissazione patologica.

Ognuna di queste modifiche alle proprie abitudini può diventare, però, un qualcosa di più. Un qualcosa di più rigido, di più ansiogeno, di pervasivo.

La selezione diventa sempre più rigida, le ore passate al supermercato a cercare alimenti “non contaminati” da ingredienti che chissà per quale motivo sono ritenuti “sporchi” diventano sempre di più. Diviene infatti piuttosto netto il confine tra alimenti sani e insani, e sempre più lunga la lista di alimenti appartenenti alla seconda categoria. Una base di verità potrebbe esserci: se ci pensiamo ci sono molti ingredienti “superflui” o evitabili in molte preparazioni industriali (o in natura). Ma in questa come in miriadi di altre situazioni di vita lo spirito critico è un’arma fondamentale: un apporto moderato di determinati alimenti, sempre nell’ottica di uno stile di vita sano e vario è più che accettabile. E oltre a questo bisogna comprendere quanto, se si volesse, si potrebbe trovare del negativo (reale o ideale) in quasi qualsiasi alimento esistente. È proprio questo il problema.

L’ortoressia prevede di evitare tutti quegli alimenti “ritenuti” insani. C’è un grado di individualità piuttosto forte in quel “ritenuti”, ed è ciò che porta ad escludere tanti alimenti che di insano non avrebbero niente. L’ortoressia è una relazione emotivamente compromessa con il cibo che coinvolge un universo di cibi progressivamente ridotto, ritenuto degno di essere ingerito. Il pensiero sul cibo diventa pervasivo, frustrante ed estenuante, inizia a coinvolgere tutte le aree della propria vita diventando il focus di ogni momento della giornata. Diventa fonte e risoluzione di qualsiasi tipo di ansia, di emozione, diventa motivo di aumento o diminuzione della propria autostima.  Ciò può comportare l’isolamento sociale, disturbi psicologici e persino, eventualmente, danni fisici.

Il termine ortoressia fu coniato da Bratman e Knight nel 1997, e definisce una condizione caratterizzata dall’ossessione per il cibo “sano”. Essa è caratterizzata dalla focalizzazione sulla qualità degli alimenti (non sulla quantità), dall’evitamento dei cibi ritenuti “insani”, “sporchi”, “dannosi”, con conseguente abolizione delle situazioni sociali che possono implicare l’assunzione di determinati alimenti “non controllati”, e da una convinzione poco razionale riguardo alle proprie scelte alimentari. Una particolare attenzione, come anticipato, deve essere posta nel concetto di “abolizione di alimenti RITENUTI insani”.

L’individuo dunque inizia a considerare l’attenzione alla propria alimentazione come fondamentale per mantenere uno stato di salute (concetto in parte vero, ma che non deve scaturire nella totalizzazione: sappiamo bene infatti che non è solo la scelta degli alimenti a determinare il nostro stato di salute o malattia, bensì una moltitudine di variabili interagenti tra di loro), convincendosi della presenza di alimenti “cattivi”. Il problema nasce dal fatto che, come con ogni ossessione, la persona senza rendersene conto entra in un vortice sempre più opprimente di restrizioni, di scelte ponderate metodicamente, per evitare l’angoscia di rischiare di assumere determinati cibi ritenuti impuri, ma in tal modo mantenendo, rinforzando e restringendo i limiti autoimposti. Dunque col passare del tempo la scelta degli alimenti concessi è sempre più ristretta, e ciò porta con buona probabilità carenze nutrizionali dovute alla poca varietà ed alla eliminazione di classi di alimenti importanti. La persona dunque prova forte preoccupazione circa i cibi di cui nutrirsi, passa molto tempo a rimuginare, a fare la spesa e a pianificare i pasti con largo anticipo in modo da non rischiare di perdere il controllo della situazione (spesso anche le modalità di cottura vengono attentamente studiate in modo da non interferire negativamente con la propria salute). L’ingestione di cibi non ritenuti “puliti” impatta in maniera esagerata sulla propria serenità, fa sentire sporchi, contaminati.

Quando la selezione del cibo diventa un problema? Quando viene a mancare totalmente la flessibilità. Quando si elimina la possibilità di alternativa, quando “o così, o niente”.

Nell’ortoressia non vi è evidenza di anomalia nel modo in cui è percepito il peso e la forma del proprio corpo (quando infatti essa è presente all’interno di un quadro caratterizzato primariamente da altri disturbi alimentari è secondaria ad essi).

Alan Aragon da un’indicazione su come comportarsi, in modo equilibrato, rispetto ai cibi sani, lavorati e spazzatura.

È evidente a parer mio come in determinati ambiti come ad esempio quello del fitness o in certe scelte dietetiche (dovute a filoni che poco hanno di scientifico) tale patologia sia spesso sottostimata, socialmente accettata e rinforzata dall’esterno. Troppo spesso infatti è lo stesso contesto a prescrivere scelte e selezioni che possono portare ad esacerbare una situazione tendente al controllo. È dunque importante, specialmente quando si tratta di soggetti giovani, promuovere la cultura della varietà, insegnando quanto non sia l’alimento in se stesso, quanto piuttosto la dose, a renderlo eventualmente dannoso per la salute (sempre ricordando come l’alimentazione sia solo una di tante variabili che determinano il nostro stato di salute o di patologia).

Il concetto di “salute” non comprende solo lo stato di assenza di patologia fisica, ma la presenza necessaria di benessere mentale e spesso avviene che, per tentare (illusoriamente) di controllare il proprio stato di salute fisica si vada a perdere la serenità psicologica.

La pretesa spasmodica del controllo totalizzante e la ricerca angosciosa di una perfezione irrealistica conducono senza ombra di dubbio a frustrazione: indagare, analizzare, mettere sotto la lente di ingrandimento qualsiasi cosa cercando qualcosa che non esiste, o che non si vuol far esistere è come voler uscire da una gabbia di cui noi stessi ogni giorno incastriamo le sbarre.

Della Dott.ssa Carolina Strada

carolina
Sono una psicologa esperta in comportamento alimentare, mi occupo di benessere ed equilibrio a 360° tra il corpo e la mente, aiutando ad ottimizzare le risorse e a trovare le strategie per vivere serenamente.

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