Chi è e cosa fa lo psicologo dello sport

chi è lo psicologo dello sport
  • ‘Mica sono matto’
  • ‘Non ho nessun problema con i miei genitori’
  • ‘Ma secondo te ho voglia di stare per anni e anni in terapia a parlare del mio passato?!!!!’
  • ‘Cosa ne può sapere uno psicologo dello sport? non ho avuto nessun trauma nella mia vita!’
  • ‘Cosa mi serve andare a parlare su un lettino della prestazione di una partita?’

Questo articolo nasce con il fine di spiegare quali sono (e quali non sono) gli ambiti in cui lavora uno psicologo dello sport, chi è, e quali tecniche utilizza. Inoltre verranno accennate le differenze con le professioni di ‘mental coach’e/o ‘life coach’. L’articolo non nasce, invece, con l’obiettivo di denigrare nessuna professione.

La figura dello psicologo dello sport in Italia non è ancora molto chiara, anche a molti addetti ai lavori e agli stessi psicologi clinici/psicoterapeuti (ahimè). La non chiarezza porta alla confusione. La confusione porta diffidenza. Stracciamo, dunque, il velo di Maia..

Chiariamo subito cosa NON è e cosa NON fa uno psicologo dello sport (faccio come i politici, prima quello che non faranno..).

Lo psicologo dello sport non lavora sul passato e sulla psicopatologia. Questo è il punto più importante, direi il fondamentale. Lo psicologo dello sport è diverso dallo psicologo clinico (non si chiamerebbero diversamente..), infatti agisce soprattutto per migliorare la prestazione sportiva nel presente, cerca di modificare i pensieri, e, quindi di conseguenza, le emozioni e i comportamenti che influiscono negativamente in gara, in partita, in allenamento, nel singolo atleta, nella squadra, nel team di lavoro. Il suo obiettivo è rendere le persone consapevoli dei propri processi mentali, quindi, dirigere loro verso la direzione ottimale per favorire una buona prestazione.

Il passato non viene neanche indagato se non influisce direttamente con le problematiche o con il miglioramento della prestazione nello sport. Mi ricordo che quando ho fatto il master in psicologia dello sport si è parlato a lungo della difficoltà che uno psicoterapeuta (che lavora principalmente sulla patologia) potrebbe riscontrare nel lavorare come psicologo dello sport, poichè il ‘cliente’, gli approcci, il setting e le tecniche sono completamente diverse. Dovrei iniziare a sfatare dei miti anche sulla psicoterapia attuale (ne abbiamo fatta di strada da Freud, il suo complesso di Edipo e il lettino..) ma qui basta sapere che il passato non è il focus dello psicologo dello sport. Bensì è il presente. è il benessere. è lo sport e la prestazione.

In generale, quindi, lavorare con atleti, squadre, allenatori è molto diverso che lavorare con i pazienti. I presupposti sono diversi. Lo psicologo dello sport coopera con gli atleti per aiutare loro a tirare fuori le risorse che già possiedono e insegna loro alcune tecniche psicologiche per incrementare la performance sportiva. Niente a che vedere, quindi, con traumi del passato, traumi infantili, sogni o tutti i pregiudizi associati al termine “psicologia”.

Anche il luogo dove lavora lo psicologo dello sport è diverso da quello dove lavora lo psicologo clinico. Non lavora in studio, o, almeno, non solo. Lavora in campo, sul luogo dell’allenamento, della partita, nello spogliatoio. Dove si respira sport. Anche l’abbigliamento è diverso, la tuta non è disdegnata, l’abbigliamento meno formale non rende meno professionali e professionisti, anzi.

Lo psicologo dello sport non parla/ascolta e basta (a dire il vero neanche lo psicoterapeuta…), ma usa delle tecniche molto concrete:

  • Tecniche di rilassamento muscolare;
  • di respirazione diaframmatica;
  • di biofeeback e neurofeedback (in ottica di gestione dell’ansia e dell’attivazione fisiologica);
  • allenamento ideomotorio;
  • visualizzazione, creazione di una routine pre-intra e post gara, di reazione all’errore;
  • di gestione del post infortunio e del sovrallenamento.

Chiaramente lavora anche sulla motivazione (pensare che lavora solo su quello è, però, riduttivo), sull’impostazione di obiettivi SMART, sul self talk positivo, sulla comunicazione e sulla gestione delle relazioni, per esempio nella squadra e tra atleti, allenatori e team.

Non pensate però che la psicologia dello sport si rivolga solo ad atleti professionisti di alto livello: tutti coloro che praticano sport, amatori e non, che lavorano nel mondo sportivo (allenatori, dirigenti, tecnici, arbitri, medici) o che vivono il mondo dello sport, per esempio i genitori, possono usufruirne e trarne grandi vantaggi.

Ma quindi chi è uno psicologo dello sport? È uno psicologo (5 anni di laurea, 3 anni di triennale + 2 di specialistica) che successivamente ha svolto un anno di tirocinio obbligatorio per sostenere l’esame di stato per essere iscritto all’albo degli psicologi. Successivamente ha partecipato ad un master specialistico in psicologia dello sport (della durata minima di un anno). Alcuni sono anche psicoterapeuti (hanno cioè preso una specializzazione di 4 anni dopo l’esame di stato), ma non è obbligatorio essere psicoterapeuti, poichè sono due ambiti di lavoro diversi, che possono integrarsi oppure no.

Nell’ambito della prestazione sportiva non è ancora molto chiaro quali figure possano lavorare sulla parte chiamiamola ‘psicologica’. Si è parlato molto del valore della laurea per svolgere una professione. Non è mio obiettivo giudicare, anche perchè dietro una laurea c’è sempre una persona e ogni caso è a sé.

psicologo dello sport

Chiarito, quindi, che non è la laurea a fare un bravo professionista, ma ci vogliono anche molte altre qualità, tra le quali la passione, sicuramente lo psicologo dello sport è diverso da un mental/life coach (in realtà alcuni psicologi si fanno chiamare mental coach, quindi la storia si complica, è sempre meglio chiedere il background per evitare incomprensioni).
I mental/life coach, infatti, di solito hanno partecipato a dei corsi, per esempio di PNL, ma non sono necessariamente laureati. Detto ciò, un mental coach può essere bravissimo a lavorare con gli atleti, per passione, carisma e studio/formazione personale.

Sicuramente, però, un mental coach non potrà lavorare con degli strumenti psicodiagnostici, validati scientificamente per fare un assessment all’atleta, poichè sono strumenti che possono essere utilizzati solo da uno psicologo. Non potrà poi intervenire sulla presenza di disturbi alimentari, di doping o di traumi dovuti ad infortuni, non avendo gli strumenti né per fare diagnosi né per intervenire.
Essendo una psicologa parlo della mia professione, non di quello che non sono i mental coach, quindi mi fermo qui per quanto riguarda loro.

Lo psicologo ha studiato anni per imparare il rigore degli studi scientifici (per quanto la psicologia sia ancora vista come poco scientifica..), per applicare solamente le tecniche che abbiano trovato riscontro in tali studi e per comprendere in profondità la mente umana e tutti i suoi processi. Siccome l’argomento è molto complesso, come in molti altri campi e forse di più, non esiste la tecnica magica che esula dal contesto e dalla conoscenza della persona. Per questo motivo le tecniche insegnate senza aver compreso l’atleta in quanto persona molte volte perdono di efficacia, un po’ come il beverone `Herbalife’, sì funziona, ma… per quanto? E perché funziona?

Inoltre, proprio perché non esiste la pillola magica o il segreto nascosto, dopo aver fatto un assessment e compreso la richiesta dell’atleta, ciò che più funziona è la ripetizione della tecnica, l’allenamento, e questa è la parte più difficile.

Il mio obiettivo in questo articolo era soprattutto presentare la figura dello psicologo dello sport ed estirpare i pregiudizi verso questa professione, pregiudizi che portano molti atleti a rivolgersi ad altre figure professionali. Ritengo, infatti, che non sia denigrando le altre professioni, ma sottolineando e chiarendo quello che facciamo noi, come e con quali strumenti, che possiamo far capire come il nostro ruolo possa essere fondamentale anche nell’ambito dello sport.

NOTE SULL’AUTRICE

Eleonora Orsi – Milano – Mail: orsi.ele@gmail.com
Laureata in Psicologia clinica all’università di Milano ‘Bicocca’, iscritta all’albo degli psicologi della Lombardia, specializzata in Psicologia dello sport e specializzanda in Psicoterapia cognitivo-comportamentale. Laureanda in biologia della nutrizione con l’università San Raffaele.
Atleta agonista per A.S.D ‘Alex Club’ di Milano nella pratica sportiva del sollevamento pesi olimpico e nella distensione su panca.
Fin da sempre appassionata di nutrizione, allenamento, benessere e sport applica le conoscenze derivate dai suoi studi psicologici alle sue passioni, soprattutto per quanto riguarda la psicologia e lo sport, ponendosi come obiettivo di diffondere l’importanza della preparazione mentale e delle sue tecniche nella prestazione sportiva.

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Andrea Biasci

Fondatore del Project inVictus e autore di Project Nutrition, il libro sulla nutrizione con più di 90 000 copie vendute, che unisce la teoria alla pratica su base scientifica. Laureato in Scienze Motorie e nella magistrale in Scienze della Nutrizione Umana. Per anni è stato Professore Universitario a contratto presso l'Università degli Studi di Milano. Maggiori informazioni

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