Imparare a riempire la vita per smettere di riempire la pancia

Imparare a riempire la vita per smettere di riempire la pancia

imparare a riempire la vita e non la pancia

La vita di ognuno è “composta” da diverse sfere che si intrecciano: il lavoro, lo studio, la parte affettiva (coppia, famiglia, figli) e relazionale, le diverse passioni ed i vari interessi. La quotidianità ed il tempo sono dunque riempiti da doveri e piaceri, in maniera più o meno equilibrata. Avviene che alcuni ambiti prevalgano su altri in base al periodo, ma questo è fisiologico e naturale (capiterà che ad esempio in sessione di esami uno studente si concentri più sullo studio che sulla vita sociale, come che in un periodo di “calma” sul lavoro una persona riesca a dedicarsi in maniera prevalente alle proprie passioni). A tutto questo si sommano le necessità primarie quali il dormire e il nutrirsi.

Molto spesso accade che non tanto lo “squilibrio” tra le diverse sfere, quanto piuttosto lo “svuotarsi” di una di esse (che porti ad insoddisfazione, frustrazione o altre esperienze emotive negative) porti a “sfogare” il proprio malumore, cercando di riempire il vuoto col cibo. Si innescano dunque meccanismi disfunzionali che portano a “nutrire” col cibo questioni che con esso non hanno niente a che vedere, a spostare l’attenzione, il tempo e i pensieri su ciò che da sempre è di immediato appagamento, quasi sempre disponibile: il “comfort food”. Riempire la testa in modo pervasivo con pensieri che lo riguardano, e lo stomaco con esso, fa in modo di “anestetizzarci” rispetto a situazioni che risulta difficile affrontare. Il cibo rischia di diventare dunque arma di attacco o di difesa, strumento di compensazione, sostituto, e viene utilizzato per “alimentare” la propria vita, privandoci della possibilità di esercitare la capacità di provare piacere in altre sfere e di sviluppare la propensione a far fronte agli stress in maniera funzionale.
Il motivo per cui la maggior parte delle persone normopeso riesce serenamente a mantenere la propria condizione è che si autoregola e non pensa in modo intrusivo al cibo, gestendo le situazioni negative o stressanti mediante altre strategie (non necessariamente più funzionali, sia chiaro). Il cibo appagante porta sì ad un sollievo momentaneo, ma dall’altra parte mantiene e peggiora spesso situazioni di sovrappeso che si vorrebbe risolvere.

È spesso un circolo vizioso in cui è difficile comprendere quanto sia stato il cibo ad inficiare determinati ambiti di vita, o quanto sia l’insoddisfazione in essi ad aver portato a trovare un “alleato” nell’alimento.
Questo discorso può valere per qualsiasi squilibrio sul piano dell’alimentazione, anche ad esempio quando si parla di un’ossessione malsana ed intrusiva riguardo al cibo sano (ortoressia) ma non ne tratterò in questo specifico contesto. L’ho più volte soprannominata la “gabbia d’oro”: una protezione nei confronti del mondo esterno, un sedativo, una barriera. Ed è così anche per il corpo.

Il sovrappeso viene vissuto in maniera disfunzionale perché ad esso talvolta si attribuiscono alcuni fallimenti o “blocchi” che con esso non hanno a che fare. E la pretesa di raggiungere un “peso ideale” è spesso intrecciata al voler rimuovere quei blocchi che però, talvolta inconsciamente, sappiamo non essere determinati dal proprio corpo. È il motivo per cui capita che non si giunga al corpo desiderato, costruendo impedimenti nel “partire” oppure creandosi ostacoli nel percorso: il toccare l’obiettivo prefissato comporterebbe infatti la necessaria presa di coscienza che il lavoro non era da fare “sul contenitore”, piuttosto sul “contenuto”; oppure potrebbe accadere che motivati a cambiare, si giunga a quel peso e non comprendendo che non fosse quello “il problema” si pretenda di scendere sempre di più continuando a fluttuare nella propria insofferenza o mancanza di autostima ledendo il proprio benessere fisico. Il rischio è di vedersi risucchiati in un vortice in cui l’insoddisfazione nei confronti della propria immagine e di malcontento nei confronti di se stessi porti a sentirsi svalutati e inadeguati agli occhi degli altri, “soffocando” lo status emotivo negativo col cibo.

Sì, ma quindi, NELLA PRATICA, come risolvo? Come esco da questo “circolo vizioso”? Non è affatto facile dare delle linee guida generali, non esiste un “libretto di istruzioni” valido per tutti. Quando si parla di psiche come e spesso più di altri ambiti, la soluzione di una condizione è determinata da ciò che ha contribuito a far nascere, crescere e mantenere quella situazione: ognuno di noi apprende, impara ad approcciarsi alle situazioni e vive conflitti ed eventi che lo rendono unico. Ed è proprio da questo intrecciarsi di “fili di vita vissuta”, che spesso divengono nodi da sciogliere, che bisogna partire per districare un disagio o un malessere. È il motivo per cui ciò che scrivo vuole fungere in primis da spunto di riflessione, piuttosto che da mera divulgazione di conoscenza o di spiegazione.

Bisogna cercare di comprendere quali sono gli ambiti e le sfere della propria vita il cui vi sono delle lacune, e se sono state quelle lacune ad impattare in modo disfunzionale sul rapporto col cibo o viceversa. Concentrarsi su altro, organizzare il proprio tempo e “riempirlo” con attività alternative soddisfacenti per non riempirsi di cibo, esercitare un’attitudine a “nutrire” la propria esistenza con qualcosa di soddisfacente ed appagante.
E non parlo di attività sporadiche come una vacanza, ma di attività quotidiane o nuove passioni che facciano affacciare ad interessi di altro tipo. Cercare di comprendere quanto e come il peso influisca con la propria situazione attuale, e se oggettivamente una situazione fisica diversa potrebbe modificare quegli ambiti che riteniamo insoddisfacenti (cercando, se necessario, anche il confronto nella realtà con situazioni similari). Ognuno ha delle potenzialità da esprimere: sta a noi saperle riconoscere, intercettare e mettere in pratica per incrementare la propria autostima.
Accade spesso infatti che nel sopravvalutare gli altri si sottostima noi stessi, concentrandosi solo su alcuni aspetti della realtà senza, appunto, visualizzare a 360° pregi e difetti (le chiamerei piuttosto “peculiarità”, per non dare accezione forzatamente positiva o negativa) nostri e degli altri.

Dare valore alla propria persona senza svalutarsi ma prendendo coscienza dei propri punti di forza a prescindere dal corpo e dal rapporto col cibo che non deve essere un mezzo, una gabbia o una “scusa” per evitare di “buttarsi” nella vita.

Della Dott.ssa Carolina Strada

carolinaSono una psicologa specializzata nei disturbi dell’alimentazione, mi occupo di benessere ed equilibrio a 360° tra il corpo e la mente, aiutando ad ottimizzare le risorse e a trovare le strategie per vivere serenamente.

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